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Dei trattati si conoscono diverse versioni giunte fino a noi e sono conservati nelle biblioteche di Firenze, Roma, Siena, Parigi, New York. Scritti per essere dono a principi e signori, quindi accuratamente miniati e ricercati; oppure promemoria per maestri di ballo, sintetici e veloci, riportano con precisione la descrizione delle danze, ma offrono scarse informazioni sulla posizione delle mani, l’orientamento all’interno degli spazi adibiti a luoghi per il ballo, la posizione delle coppie, eccetera. Solo con l’ausilio dell’iconografia del tempo, delle miniature e degli affreschi giunti fino a noi, spesso ricchissimi di dettagli e particolari, si possono ricostruire questi essenziali particolari mancanti.
Nel cinquecento le musiche scritte per la danza diventano più ricche di strumenti e anche la tecnica coreografica si raffina, si semplifica, si evolve. Nascono le scuole di danza ed i nuovi maestri cominciano a recarsi presso tutte le corti d’Europa ad insegnare. Fabrizio Caroso da Sermoneta e Cesare Negri sviluppano in modo molto tecnico le coreografie e fecero della danza, per la prima volta, un fatto europeo e nei loro libri troviamo la teoria chiara e netta di ogni passo e del modo di eseguirlo. La danza diventa linguaggio comune e un medesimo ballo, mantenendo sempre la stessa struttura, viene eseguito, pur con nomi diversi, in vari paesi: essa ha la finalità di ammaliare, di attirare a sé, di facilitare la persuasione. Ciò le è consentito sia dalla sua natura, sia dalle sue caratteristiche, sia perché è congiunta alla poesia e alla musica. Deve anche divertire, distraendo le persone dagli affanni e dalle cure quotidiane; inoltre è utile per la sanità del corpo perché esercita e rafforza e insegna, infine, anche le buone maniere verso gli altri, diventando elemento indispensabile di distinzione sociale.
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