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Del quattrocento rimangono alcuni importanti trattati sulla danza: in essi sono stati riportati sia i passi codificati di balli e bassedanze, create appositamente per nobili e nobildonne, (teoria), che le musiche di accompagnamento. Agli occhi dei contemporanei questi manuali innalzavano così la danza al livello delle altre arti (grammatica, retorica, logica, aritmetica, geometria, astronomia e musica). Proprio per questa nuova ed importante valenza si afferma la figura del maestro e teorico della danza, che cessa di essere improvvisazione e diventa tecnica definita con una combinazione prescrittiva di passi: il maestro si trasforma in coreologo, nell’inventore di balli, nel poeta capace di entusiasmare non solo il popolo, ma anche il principe accanto a cui vive ed opera e che comanda.
Emergono così Domenico da Piacenza, Guglielmo Ebreo e Antonio Cornazzano: il primo, ballerino, coreografo, compositore di musica, maestro e teorico della danza, pubblica “De arti saltandi et choreas ducendi”; il secondo, allievo di Domenico, prosegue l’attività educativa e pubblica, il“De pratica seu arte Tripudii”, la sua opera, fu tanto diffusa, studiata ed ammirata al suo tempo per la parte teorica estremamente esauriente e per il gran numero delle danze presentate; il terzo, piacentino, pubblica “Libro dell’arte del danzare” dove, oltre alla teoria, propone una stilizzatissima trama pantomimica che le dame ed i gentiluomini eseguivano dopo lunghe e laboriose prove sotto la supervisione dell’insegnante.
La danza, perciò, non era considerata solo un passatempo, un divertimento, una tecnica di corteggiamento, una forma ludica, ma rappresenta tutta la poesia e la concretezza del Rinascimento.
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